Era
la prima volta, dopo la conversione, che lasciava la
natìa Assisi, quando, traversata l'Umbria, nell'autunno
del 1208, il ventiseienne Francesco con i suoi primi
compagni arrivò a Poggio Bustone. La prima tappa
del Pellegrino di Dio fu la valle di Rieti, che proprio
dalla sua ripetuta presenza e predicazione prese il
nome di Santa.
Il
fondovalle, oggi, presenta un paesaggio popoloso difficilmente
riconoscibile agli uomini del duecento. La rete stradale,
con il grigio degli asfalti, le case, i parcheggi, ha
sfumato le antiche proporzioni: il morbido intreccio
dei fiumi nella pianura (il Velino, il Salto, il Turano,
il Santa Susanna) è appena visibile entro l'intrico
operoso della città moderna. Ma chi esce appena
da Rieti, e salga verso le colline ove, disposti quasi
a segnare una grande croce, stanno, inerpicati tra boschi
e rocce, i quattro santuari francescani, ha la sensazione
di risalire indietro nel tempo. La convulsione del traffico
si allenta, la voce del silenzio torna a farsi ascoltare.
Nei piccoli borghi, nelle case che si allineano ai margini
delle strade o si stagliano nel verde e nel marrone
dei coltivi, si sente il respiro antico della campagna,
odori dimenticati, attrezzi agricoli familiari, animali
in libertà senza i segni consueti del terrore
che incutono i nuovi predoni delle strade. Non vorrei
disegnare un quadro convenzionale, idilliaco.
San
Francesco non abita più nel nostro mondo, e neppur
qui. Se il Santo una sera battesse alla porta di casa
nostra, si è chiesto Carlo Bo in un celebre articolo,
che cosa avremmo da dirgli? Non meno drammatica è
la bellissima preghiera di Giovanni Paolo II: "Tu
che hai avvicinato al Cristo la tua epoca, aiutaci ad
avvicinare Cristo alla nostra epoca, ai nostri difficili
e critici tempi. Aiutaci, San Francesco, ad avvicinare
alla Chiesa e al mondo di oggi il Cristo". Nessuna
indulgenza, quindi, per la retorica: la "smisurata
amanza" che Francesco offrì al mondo non
solo è, oggi, un esempio irraggiungibile; ma
l'unica, e pur grande, eredità che egli ci ha
lasciato è una sorta di striatura di disagio
e di rimorso da cui ci sentiamo feriti quando ci sorprendiamo
a paragonare a quel suo esempio la nostra vita: una
cicatrice d'amore.
E
tuttavia, mano a mano che risaliamo la collina, ci sembra
di avvertire più inquietante ma al tempo stesso
serenatrice la sua presenza. Ecco le siepi, l'annuncio
dei boschi, il nero dei quercioli nodosi e scabri, il
verde degli elci, dei carpini, l'affiorare nudo delle
rocce tra i cespugli. E' un paesaggio povero, che non
ha ancora la solennità della montagna e non ha
più l'agio cordiale della collina. Arbusti e
alberete, virgulti e sottobosco sembrano guadagnarsi
con fatica il loro spazio vitale, suggendo la loro linfa
da un terreno potente e avaro, di un vigore non indulgente.
La santità è fatica, sembra ricordarci
questo paesaggio di alberi e rocce, folto e scabro,
tormentato dal suo stesso vigoreggiare. Nella solitudine
che, salendo, si fa più densa, riconosciamo un
paesaggio dell'anima. La valle è santa.
| |
Geno
Pampaloni |
Edizione
A.P.T. Rieti |